Chi oggi percorre la strada che da Adria porta a Cavarzere vede intorno a sé solo una grande distesa di campi e lo sguardo sembra perdersi nell’infinito. È difficile pensare ed immaginare che questi terreni, fossero, un tempo non lontano, valli dove i “valligiani”, così erano chiamati gli abitanti di quelle lande desolate, sperse tra acqua e terra si recavano liberamente a cacciare, pescare, raccogliere canna e paviera: i prodotti della valle erano il sostentamento, l’unica fonte di guadagno di una massa di poveri e diseredati che in questo modo riuscivano a sopravvivere praticando un’economia di puro sostentamento.
La possibilità di sfruttare le risorse di quelle terre incolte e malsane, liberamente senza dover pagare tasse o gabelle, era stabilita dal cosiddetto “Vagantivo”, una delle tante norme che possiamo far rientrare nel più vasto campo dei cosiddetti “usi civici” del territorio come il legnatico, lo sterpatico, il glandario – residui del feudalesimo e dell’economia curtense medioevale.
La possibilità di poter liberamente cacciare, pescare, fare canna e paviera e godere dei frutti di queste terre ricoperte da vastissimi specchi lacustri, risaliva al 983 quando Ottone II concesse questa facoltà ai Cavarzerani in cambio del loro impegno a sostenere l’imperatore nella lotta contro i veneziani del doge Pietro Orseolo.
Ne furono beneficiari tutti gli abitanti di Adria e Cavarzere, i loro figli e gli eredi “in perpetuum”. A garanzia e salvaguardia del beneficio erano previste sanzioni e “una multa di cento libbre d’oro da dissolversi in egual misura tra l’Imperatore e il comune di Cavarzere” contro chi volesse “insorgere, molestare o schiacciare o corrompere per appropriarsi i territori o il privilegio”.
Quando nella II metà del ‘500, il patriziato veneziano iniziò ad investire i propri guadagni in terraferma e ad abbandonare progressivamente il commercio marittimo sempre meno proficuo e sicuro, in Polesine, i Provveditori ai Beni inculti, iniziarono subito a bonificare per ricavare il massimo profitto dagli investimenti terrieri e procurarsi una rendita fondiaria consistente. Le valli entrarono a far parte quindi delle grandi possessioni nobiliari e inevitabilmente le nuove esigenze privatistiche e gli antichi usi feudali collettivi vennero progressivamente a scontrarsi.
Il vagantivo fu considerato un grande ostacolo alla messa a coltura di vastissime estensioni di territorio che avrebbero assicurato a Venezia approvvigionamenti sicuri ed abbondanti e alla nobiltà di poter godere di una ulteriore rendita fondiaria parassitaria sempre più cospicua.
Le vaste estensioni paludose, o comunque inadatte a un utilizzo agricolo stabile, avevano influenzato profondamente l’organizzazione sociale e i rapporti tra le classi. Solo una minoranza della popolazione trovava un’occupazione duratura nelle terre asciutte e appoderate; la maggioranza, invece, viveva concentrata nei principali borghi, come Adria e Cavarzere, in modeste abitazioni per lo più in affitto. Priva di un lavoro regolare, questa popolazione non poteva essere equiparata ai braccianti avventizi, evidenziando la complessità delle gerarchie e delle condizioni sociali locali.
Nonostante le comunità di Adria e Cavarzere difendessero l’antico diritto dei “valliggiani” la situazione mutò a favore dei proprietari quando costoro accrebbero la loro influenza nella vita politica locale influenzando in maniera determinante le scelte politiche degli amministratori. Se pensiamo che in Polesine la stragrande maggioranza del Territorio era iscritta all’estimo dei cosiddetti “Fuochi foresti”, cioè era di proprietà della nobiltà veneziana ci risulta chiaro quali potessero essere le scelte di politica economica orientate allo sfruttamento coloniale delle risorse agricole ed umane.
Cà Garzoni, Cà Labia, Cà Tron, Cà Emo, Cà Morosini, Cà Venier sono i nomi di alcuni luoghi, centri di vaste possessioni che ancora oggi testimoniano la penetrazione capillare nella nostra provincia di “imprenditori agricoli” che avevano a cuore tutto tranne che il benessere dei loro sottoposti.
L’insediamento di queste famiglie di latifondisti, tra il ‘500 e la prima metà del ‘700, provocò un intervento di bonifica generalizzato e tolsero sempre più spazio alle valli; la logica del capitale e della rendita a tutti i costi furono decisive nel decretare la fine degli usi civici e di quei “territori vuoti”, su cui non si poteva esercitare il diritto di proprietà privata individuale; quando le valli furono dichiarate proprietà personale e non più collettiva, l’esercizio del Vagantivo divenne impossibile, se non per “gentile concessione”. Di fatto esso sparì in concomitanza con l’avanzare delle bonifiche.
Le speranze dei valligiani di vedere regolamentati i loro diritti furono riposte, alla fine del 1700, all’arrivo dei Francesi, che proclamarono di intervenire in nome della libertà, dell’uguaglianza e della legalità. Tuttavia anche le autorità francesi consideravano la proprietà privata un diritto inviolabile secondo la loro costituzione repubblicana, trascurando così le esigenze locali. Di fronte alle proteste e al malcontento, desiderando tutelare sia i proprietari che i valligiani, l’Amministrazione francese ordinò ai possidenti di presentare la documentazione originale relativa agli acquisti per poter verificare se su quei terreni fossero vigenti diritti di vagantivo di cui gli abitanti non avevano potuto godere. Qualora fossero stati presenti diritti conculcati, i valligiani avrebbero sempre potuto adire ai tribunali per ripristinare il diritto originario: ma… chi poteva permetterselo?
Un altro colpo micidiale alle condizioni di vita dei valligiani fu l’ordinanza del generale Baraguay d’Hilliers che imponeva, entro 48 ore dall’emanazione della direttiva, il sequestro, per motivi di sicurezza, di “schioppi, pistole, spade, palossi e coltelli tutti da punta stillati”. Questa ordinanza, in pratica, toglieva a moltissimi valligiani l’unico strumento di sostentamento: lo schioppo per cacciare…
Con l’arrivo degli austriaci la cosa peggiorò ulteriormente: i proprietari imposero che le scoline ai margini delle valli, scavate per facilitare il deflusso delle acque, fossero considerate «per chiusa formale». In tal modo, quelle terre divennero riserve di caccia, accessibili solo ai loro detentori. I valligiani, esasperati, protestarono presso il governo «contro i possidenti di valli… accusati di dispotismo», ma le autorità si schierarono immediatamente con i proprietari, considerandoli legittimi. La caccia, pur essendo una necessità per la sopravvivenza, fu derubricata a mero svago e persino bollata come motivo di ozio riprovevole, alimentando il malcontento e le tensioni sociali.”
Solo pochi anni dopo, la difesa del vagantivo, insieme ad altre rivendicazioni, divenne il motivo fondante di una ribellione latente verso le autorità, che si manifestò attraverso i fenomeni di brigantaggio e altre azioni dolose.
Giorno dopo giorno, la lotta sociale prese forza, connotandosi sempre più come lotta di classe, finalizzata a sfidare i diritti dei proprietari e ad una più giusta ed equa giustizia sociale.
Accanto alla rivendicazione del vagantivo sui fondi bonificati, alle invasioni armate delle valli dei grandi possidenti e alla pretesa di spigolare prima della mietitura, si svilupparono forme di resistenza più sottili ma ancor più pericolose per le conseguenze che potevano generare, minacciando l’ordine stabilito e scuotendo profondamente le gerarchie locali.
Il Commissario superiore di polizia Ricci condannò senza mezzi termini la proposta di trasformare il diritto di vagantivo in diritto al lavoro, vedendovi il «germe di un principio socialista» capace di scatenare «questioni e agitazioni tanto più gravi». Per le autorità, quella semplice rivendicazione rappresentava una minaccia reale all’ordine sociale e alle gerarchie consolidate.
Ci troviamo di fronte a una lotta sempre più consapevole, partecipata e organizzata di un intero popolo, che si erge a difesa del proprio diritto alla vita ed alla giustizia sociale contro un processo di sviluppo capitalistico, osteggiato non per il suo essere in sé, ma combattuto per le profonde disuguaglianze sociali e di classe che esso impone e genera, tali da intaccare la sopravvivenza stessa delle delle masse.
Nel 1861, con un Decreto “Juogotenenziale” (un provvedimento dell’autorità governativa), il vagantivo fu abolito formalmente ma I disordini continuarono ancora a lungo come riporta la stampa dell’epoca.
Ancora nel 1888 Francesco Ortore ne “il Vagantivo” lamenta il silenzio dei proprietari sulla controversa questione dell’antico diritto civico, chiedendo che venga votata una legge che affronti la questione in via definitiva, con l’obiettivo di tutelare i poveri e regolare l’uso delle valli e delle acque pubbliche.
Articolo di Massimo Chendi
FONTI
Strutture di classe e lotte sociali nel polesine preunitario di Renzo Derosas
Contratti agrari della Serenissima Tesi di laurea di Massimo Vigna
Vagantivo e municipalità democratica a Cavarzere (1797)
Articolo di Luca Gobbato su Rovigo e il Polesine tra rivoluzione giacobina ed età napoleonica 1797-1815 a cura di Filiberto Agostini ed. Minelliana

